Da una ricognizione archeologica a un progetto di lunga durata: il sito de “la Biagiola” racconta oltre duemila anni di storia del territorio di Sovana e, insieme, un modo di fare archeologia costruito attraverso ricerca, tutela, formazione e collaborazione.
“La Biagiola” si trova sui Pianetti di Sovana, poco a nord dell’antica città, in un paesaggio nel quale le tracce archeologiche convivono da secoli con le attività agricole, i boschi e gli insediamenti rurali. Quando, nel 2004, i volontari del Gruppo Archeologico Torinese individuarono nell’area una consistente concentrazione di materiali archeologici e alcune strutture murarie, non era ancora possibile prevedere la complessità del sito che si nascondeva sotto un terreno coltivato per lungo tempo.
Le ricognizioni erano state avviate nell’ambito di un progetto della Soprintendenza finalizzato soprattutto alla conoscenza e alla tutela del patrimonio archeologico diffuso nei territori di Sorano, Pitigliano e Manciano. Proprio questo lavoro portò a riconoscere, nei pressi della Cascina Merlini, affioramenti di ceramiche e materiali da costruzione, prevalentemente di età romana, e, nel bosco al margine del campo, resti di strutture murarie, alcune delle quali realizzate in opus quasi reticulatum.
Il luogo, peraltro, non era completamente sconosciuto. Alcune testimonianze ottocentesche della Società Colombaria ricordavano rinvenimenti avvenuti sui Pianetti di Sovana, solo parzialmente riconducibili con sicurezza a “la Biagiola”. Ancora nel 2004 sopravviveva inoltre, tra la popolazione locale, una memoria piuttosto confusa di antichi ritrovamenti avvenuti nella zona. Tombe, edifici, armi e altri materiali erano confluiti nel tempo in una tradizione orale nella quale risultava ormai difficile distinguere le informazioni attendibili dalle successive rielaborazioni.
La ricerca archeologica ha dovuto quindi fare quello che spesso accade nei progetti territoriali: partire dalle informazioni disponibili, comprese quelle più incerte, verificarle sul terreno e progressivamente distinguere i dati dalle interpretazioni.
Da una villa romana a un sito pluristratificato
Le prime indagini stratigrafiche, condotte tra il 2009 e il 2011, mostrarono presto che la definizione di “villa romana”, pur corretta, descriveva soltanto una parte della storia del sito.
Accanto alle strutture di età romana emerse infatti un’area funeraria altomedievale, con sepolture spesso intercettate e danneggiate dalle lavorazioni agricole e, probabilmente, da attività clandestine. Le datazioni radiocarboniche effettuate su tre sepolture hanno restituito intervalli cronologici compresi, rispettivamente, tra il 700 e il 980 d.C. e tra il 650 e l’890 d.C. Questi risultati sono compatibili con la cronologia dei materiali di ambito longobardo rinvenuti nel sito, specificatamente quelli provenienti da due sepolture individuate nel 2011 nel settore denominato Saggio B.
Quando, nel 2012, l’Associazione Cultura e Territorio ha iniziato a coordinare l’intervento degli archeologi professionisti, il problema scientifico era dunque già molto più ampio: comprendere un sito nel quale strutture e frequentazioni appartenenti a epoche differenti si sovrapponevano e, molto spesso, avevano alterato o cancellato le tracce delle fasi precedenti.
Negli anni successivi lo scavo ha progressivamente delineato una sequenza che, pur con numerosi problemi ancora aperti, documenta una frequentazione dell’area dall’età etrusca fino all’età moderna, con una cesura tra l’Altomedioevo e la ripresa dell’occupazione in epoca successiva.
Le testimonianze più antiche sembrano risalire almeno al V secolo a.C. e sono rappresentate soprattutto da materiali rinvenuti anche durante le ricognizioni periodiche nell’area. A questa fase potrebbero appartenere alcuni allineamenti di blocchi squadrati di tufo, sui quali si impostano strutture successive, e forse alcune fosse scavate nel banco roccioso. L’interpretazione rimane tuttavia difficile, perché le trasformazioni successive hanno profondamente compromesso la stratigrafia originaria. Quello che sembra essere assodato è che il passaggio dalle strutture più antiche a quelle più chiaramente di età romana non è stato traumatico: in quello che sembra essere un progetto organico di rifunzionalizzazione, gli edifici precedenti sono stati rasati e tutti i materiali di risulta sono stati utilizzati per creare un livello di cantiere omogeneo. È proprio in questo strato che è stata rinvenuta la maggioranza dei reperti mobili più antichi.
Una villa che cambia nel tempo
Anche la villa romana non costituisce un organismo rimasto immutato.
Le indagini hanno riconosciuto più fasi edilizie e funzionali e hanno permesso di distinguere una parte destinata alle attività produttive e una parte a carattere maggiormente residenziale.
Nella pars rustica sono stati individuati almeno due grandi ambienti. Nel primo, già indagato dal Gruppo Archeologico Torinese, erano presenti una cisterna e un silo. Nel secondo sono state riconosciute vasche probabilmente destinate alla decantazione e almeno quattro dolia, dei quali si conservano frammenti o tracce nel banco roccioso. Questi elementi hanno portato a collegare il settore alla lavorazione e alla conservazione di prodotti agricoli, probabilmente vino o olio.
Gli ambienti produttivi si affacciavano inoltre su un’ampia area aperta, priva di strutture, lungo un lato della quale correva un breve portico. Alcuni dei suoi pilastri risultano raddoppiati, probabilmente per ragioni statiche.
Più difficile è ricostruire il rapporto tra questo settore e la pars urbana. Gli scavi condotti tra il 2012 e il 2017 nell’area a ovest del Casalaccio hanno individuato un pavimento in cocciopesto, conservato in maniera irregolare, e alcune murature rasate che mantenevano tracce di opus reticulatum. Questi elementi potrebbero appartenere a un settore di collegamento tra la parte produttiva e quella residenziale.
La pars urbana sembra invece svilupparsi almeno in parte al di sotto delle strutture del Casalaccio, che ne hanno profondamente compromesso la conservazione. A nord è stato individuato un ambiente pavimentato e impermeabilizzato in cocciopesto, con cordoli di tufo sui quali dovevano impostarsi le pareti, che mostrano ancora tracce dell’isolamento termico in intonaco e coppi, una grande colonna circolare d’angolo e due canalizzazioni, una di adduzione e una di scarico; quest’ultima fu successivamente chiusa. Le caratteristiche dell’ambiente hanno portato a proporne l’interpretazione come parte di un impianto termale, anche se le trasformazioni successive ne rendono difficile la ricostruzione.
È proprio questa continua trasformazione a rendere “la Biagiola” particolarmente interessante. Lo scavo non restituisce la fotografia di un singolo momento, ma una successione di modi diversi di costruire, utilizzare e modificare lo stesso luogo.
Alcuni lembi di stratigrafia, sopravvissuti alle trasformazioni successive, sembrano indicare un processo di abbandono e dismissione della villa intorno al V secolo d.C. Alcuni studi ancora in corso suggeriscono tuttavia la possibilità di frequentazioni sporadiche successive, almeno nell’area della pars urbana.

Il cimitero altomedievale
In un momento successivo all’abbandono delle strutture romane, una parte del sito venne utilizzata come area funeraria.
Le sepolture sono numerose e occupano un’area piuttosto ampia. Nel bosco risultano più disperse, mentre raggiungono una maggiore concentrazione in una fascia larga circa cinque metri lungo il lato occidentale del Casalaccio. Le tombe si sovrappongono frequentemente tra loro e alle strutture precedenti e sono state a loro volta interessate dalle trasformazioni successive.
Con l’eccezione delle due sepolture individuate dal Gruppo Archeologico Torinese, non sono stati rinvenuti veri e propri corredi funerari. In una tomba era presente un dado in osso, ma non è possibile stabilire se fosse stato deposto intenzionalmente insieme al defunto oppure se la sua presenza fosse accidentale.
Nel complesso, il cimitero presenta sepolture poco ordinate, prive di un orientamento uniforme e appartenenti a individui di sesso ed età differenti. Le analisi antropologiche hanno inoltre rilevato segni di stress fisico collegabili alle attività quotidiane e indizi di parassitosi intestinali, legate alle condizioni d’igiene in cui gli individui probabilmente vivevano.
La distribuzione delle tombe sembra mostrare alcune differenze interne. Nell’angolo sud-occidentale del Casalaccio, ad esempio, è stata osservata una concentrazione di sepolture di donne e bambini. Il settore non è ancora stato indagato in misura sufficiente per attribuire con sicurezza un significato a questa distribuzione.
Anche questo è un aspetto importante del lavoro archeologico: riconoscere ciò che i dati consentono di affermare e, allo stesso tempo, lasciare aperte le domande alle quali lo scavo non ha ancora fornito una risposta.

Dopo il cimitero: il ritorno delle attività rurali
La storia de “la Biagiola” non termina con l’Altomedioevo.
Negli strati superficiali, sebbene profondamente disturbati, sono stati rinvenuti numerosi materiali tardomedievali. La loro presenza, insieme ad alcune strutture costruite sopra le murature romane meglio conservate, indica un nuovo utilizzo rurale dell’area tra il Medioevo e l’età moderna.
A questa fase sembra appartenere un edificio sviluppato probabilmente su almeno due piani. Al piano terreno erano presenti due ambienti di servizio dotati di mangiatoie parzialmente in muratura e di quella che potrebbe essere stata la base di un torchio manuale; il piano superiore doveva invece avere una funzione abitativa, come suggeriscono i materiali provenienti dai solai rinvenuti al momento delle prime operazioni di ripulitura.
Anche in questo caso, tuttavia, le trasformazioni moderne hanno compromesso gran parte della stratigrafia che avrebbe consentito di ricostruire con maggiore precisione le diverse fasi di utilizzo dell’edificio.
Un progetto costruito nel tempo
Dal 2012 “la Biagiola” è diventata progressivamente anche un laboratorio nel quale ricerca, tutela e formazione hanno potuto procedere insieme.
Nei primi due anni l’attività dell’ACT fu sostenuta dalla vicina azienda vitivinicola La Biagiola, che proprio allora iniziava la propria attività e scelse di investire nella conoscenza e nella valorizzazione del territorio. Negli anni successivi le indagini furono sostenute attraverso altri contributi privati.
Dal 2014 il progetto si è inoltre aperto alla partecipazione di studenti provenienti da diverse università straniere, che hanno potuto confrontarsi con la complessità di un sito pluristratificato. Dal 2016 al 2020 l’Associazione ha gestito direttamente le attività nell’ambito di una concessione di ricerca, mantenendo uno stretto coordinamento con la Soprintendenza.
La presenza continuativa sul sito ha consentito di affrontare insieme alla ricerca anche il problema della conservazione. Le strutture riportate alla luce devono infatti essere controllate, mantenute e, quando necessario, consolidate. Dal 2016, in accordo con la Soprintendenza, lo scavo non viene più ricoperto al termine delle campagne; la sua conservazione è affidata a un protocollo che prevede controlli periodici, manutenzione delle strutture e monitoraggio costante dell’area.
È in questo contesto che è cresciuta anche l’esperienza de La Biagiola International School of Archaeology. Un sito così complesso offre agli studenti qualcosa di diverso da una sequenza stratigrafica ideale: li costringe a confrontarsi con strutture rasate, stratigrafie disturbate, riusi, sovrapposizioni, problemi di conservazione e interpretazioni che devono essere continuamente verificate sul terreno.
In altre parole, con l’archeologia reale.

Dal Covid-19 alla ripresa della ricerca
Il COVID-19 e gli eventi degli anni 2020-2022 hanno segnato un momento di arresto delle indagini e di riflessione per l’Associazione, che dal 2023 ha rivolto le proprie attività di ricerca anche verso altri progetti, mantenendo comunque attivo, di concerto con la Soprintendenza competente, il protocollo di monitoraggio e tutela del sito.
Nel 2026 iniziarono discussioni e la pianificazione per il riavvio della ricerca presso La Biagiola, tenendo conto anche delle nuove metodologie e tecniche di documentazione e di indagine progressivamente integrate nel nostro lavoro.
Dal 2026 si è tornati a discutere e a pianificare la ripresa delle ricerche alla Biagiola, anche alla luce delle nuove metodologie e tecniche di documentazione e indagine progressivamente integrate nelle nostre attività. Nell’ambito della concessione per ricerche non invasive nei Comuni di Sorano e Pitigliano è stata quindi avviata una campagna di prospezioni e indagini geofisiche mediante GPR, finalizzata definire l'articolazione e l'estensione delle evidenze archeologiche.
La Biagiola Oggi
A più di vent’anni dalla sua individuazione, “la Biagiola” rimane un progetto aperto.
Le grandi linee della sua storia sono ormai riconoscibili: una frequentazione preromana ancora difficile da dettagliare; la costruzione e le trasformazioni di una villa romana articolata in settori con funzioni differenti; il progressivo abbandono e il riuso delle strutture; la formazione di un cimitero altomedievale; infine il ritorno delle attività rurali tra Medioevo ed età moderna..
Molte domande, tuttavia, rimangono ancora aperte. Le indagini condotte nel 2018 e nel 2019 nell’area boscata a est e a nord del Casalaccio hanno, ad esempio, ampliato ulteriormente il quadro, mostrando la prosecuzione del cimitero e individuando nuove strutture e livelli di frequentazione. Nei livelli di preparazione di alcune strutture romane sono stati rinvenuti anche elementi architettonici in terracotta che potrebbero suggerire l’esistenza di una fase con funzioni cultuali tra III e I secolo a.C.; si tratta, allo stato attuale delle ricerche, di un’ipotesi che richiede ulteriori verifiche.
Per questo “la Biagiola” continua a essere importante per l’ACT. Non soltanto perché rappresenta uno dei progetti di ricerca più longevi dell’Associazione, ma perché la sua storia ha contribuito a definire un metodo di lavoro che oggi applichiamo anche altrove: ricerca di lunga durata, attenzione al territorio, integrazione tra fonti diverse, collaborazione con gli enti di tutela, formazione sul campo e consapevolezza che uno scavo archeologico non si conclude quando termina una campagna di indagine.
Conoscere un sito archeologico significa anche conservarlo, continuare a interrogarlo e restituire al territorio, nel tempo, ciò che la ricerca permette di comprendere.



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