Su un poggio senza nome che domina le vallate e il paesaggio circostante a perdita d’occhio, negli Usi Civici di Montevitozzo, i ruderi della Roccaccia hanno rappresentato per generazioni un luogo familiare: meta di passeggiate, racconti e memorie locali, ma mai oggetto di una vera indagine archeologica.
La situazione è cambiata nel 2025. La previsione di massicci e radicali interventi legati a un progetto eolico industriale nelle immediate vicinanze della Rocca ha suscitato una forte mobilitazione della comunità di Montevitozzo e degli Usi Civici. Da quella mobilitazione è nato un progetto di ricerca: trasformare un problema di tutela nell'occasione per capire finalmente che cosa fosse la Roccaccia e quale ruolo avesse avuto nella storia di questo territorio. Con la Concessione Ministeriale di Ricerca n. 868 del 5 giugno 2025, l'ACT ha iniziato le prime campagne sistematiche di ricognizione, rilievo e scavo archeologico del sito.
E già dalle prime campagne la Rocca si è rivelata molto più complessa di quanto immaginassimo.
Una roccaforte contesa
Il suo antico nome, Rocca Tédula, compare per la prima volta nel 1188, in una bolla di papa Clemente III indirizzata ai canonici di Sovana. Il documento ricorda la Rocca insieme alla sua chiesa, alle pertinenze e ai redditi, mostrando che alla fine del XII secolo non si trattava semplicemente di una torre isolata, ma del centro di un territorio già organizzato.
Nel 1216 Montevitozzo compare nella divisione dei domini aldobrandeschi come centro di una curia et districtus comprendente diversi insediamenti del territorio. Nei secoli successivi la Rocca passò ripetutamente di mano e si trovò al centro della competizione fra Aldobrandeschi prima e Orsini poi, Orvieto, Siena, signori di Montorio, e altri poteri della Toscana meridionale. Nel 1305 fu assediata ed espugnata dagli Orvietani; nuovi conflitti seguirono durante il XIV secolo e nel 1380 entrò nell'orbita senese. Le fonti documentano quindi una storia tutt'altro che marginale, legata al controllo di un'area di passaggio fra Amiata, Maremma, alto Lazio e territorio orvietano.
Tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento la funzione militare della vecchia Rocca, ormai integrata nei domini degli Orsini sembra progressivamente esaurirsi Pitigliano. Nel Seicento il territorio passa sotto il controllo mediceo e quindi ai Barbolani di Montauto, che ricevono Montevitozzo come marchesato.
La Rocca, tuttavia, non scompare immediatamente dal paesaggio. Ancora nella cartografia del XVIII secolo compare come Castello antico, rappresentato come una torre eminente circondata da altri edifici. Un'immagine particolarmente interessante a fronte di ciò che oggi sta tornando alla luce con lo scavo.

Non solo una torre, ma un complesso insediamento fortificato
Prima delle nostre indagini la Roccaccia era generalmente percepita soprattutto come una fortificazione: una torre, alcune murature e i resti della cinta, strategica, ma marginale.
Ricognizione archeologica, rilievo topografico, fotogrammetria da drone, laser scanning, analisi del DTM, lettura delle murature e scavo stratigrafico hanno restituito un quadro molto diverso.
La fortificazione racchiudeva un'area di circa mezzo ettaro, ma strutture appartenenti all'insediamento si estendevano anche all'esterno. Sulla sommità si trovava il nucleo fortificato principale, una sorta di dongione molto più articolato di quanto apparisse inizialmente: una Torre quadrangolare, priva di accesso al piano terreno, un grande edificio che abbiamo convenzionalmente chiamato Palazzo, un cortile e ulteriori corpi di fabbrica ancora da definire. Le murature del Palazzo, realizzate con conci accuratamente squadrati e regolarizzati, indicano una qualità costruttiva compatibile con una funzione residenziale e rappresentativa.
Attorno a questo nucleo esisteva però qualcosa di ancora più interessante: un villaggio.
Sul versante meridionale abbiamo individuato numerose strutture, alcune delle quali sembrano essere state parzialmente ricavate direttamente nel pendio calcareo. Strade e passaggi sfruttavano tagli nella roccia, mentre la cinta muraria seguiva la morfologia della rupe, rafforzando i settori più accessibili e affidandosi alle difese naturali dove il pendio era già sufficiente a proteggere l'insediamento.
La Rocca Tédula che sta emergendo non era dunque soltanto un luogo dal quale un pugno soldati controllava il territorio. Era un piccolo organismo insediativo, nel quale convivevano funzioni militari, amministrative, residenziali, domestiche e produttive.

Vivere e lavorare alla Rocca
Lo scavo dell'Edificio 1, posto all'esterno del nucleo fortificato, ha contribuito in maniera decisiva a indirizzare la nostra interpretazione.
L'edificio, rustico, lungo oltre venti metri e articolato in diversi ambienti, era una struttura di servizio nella quale si svolgevano attività di deposito, trasformazione delle derrate e lavorazioni artigianali. Vasche, canalizzazioni scavate nella roccia, buche di palo, focolari, granaglie carbonizzate, resti faunistici e strumenti restituiscono progressivamente piccoli frammenti della vita quotidiana degli abitanti della Rocca.
Particolarmente significativi sono gli indizi delle attività tessili. Alcuni frammenti di maiolica arcaica furono accuratamente ritagliati e forati per essere trasformati in fusaiole: oggetti semplicissimi, ma che uniti ad altri rinvenimenti simili sono sufficienti a dimostrare che alla Rocca si filava. Le campagne successive hanno aggiunto ulteriori elementi che permettono di cominciare a interrogarsi sulla lavorazione della lana e sul ruolo di queste attività nell'economia dell'insediamento.
Anche la ceramica non rappresenta soltanto uno strumento per datare gli strati. Quantità, forme, provenienze e caratteristiche tecnologiche dei reperti permettono di ricostruire consumi e collegamenti commerciali e stanno aprendo nuove domande sulla possibile presenza di attività manifatturiere legate alla produzione ceramica.
Armi e proiettili sono presenti, punte di freccia e di quadrello e una punta di picca ricordano inevitabilmente la funzione militare della Rocca, ma non dominano il quadro archeologico. Ciò che emerge è soprattutto la vita di una comunità.

Le domande che rimangono
Ogni campagna, naturalmente, risponde ad alcune domande e ne apre molte altre.
Come era organizzato il villaggio? Quante persone potevano abitare alla Rocca e quale rapporto esisteva fra le loro case, gli edifici produttivi e il nucleo signorile?
E soprattutto: dov'era la chiesa ricordata già nel 1188? Alcune strutture individuate nella Valle del Bellino potrebbero appartenere a un edificio absidato, ma allo stato attuale non possiamo ancora stabilire se si tratti proprio della chiesa medievale della Rocca.
Un'altra domanda potrebbe portarci ancora più indietro nel tempo. Sotto diverse strutture medievali abbiamo individuato tagli, canalizzazioni e sistemi di drenaggio ricavati direttamente nel banco calcareo. Nell'Edificio 1 una di queste canalizzazioni è certamente precedente ai muri che le si sovrappongono.
Ma di quanto?
Appartiene a una prima organizzazione della Rocca medievale oppure conserva le tracce di una frequentazione ancora più antica della sommità? Per ora non lo sappiamo. Ed è precisamente una delle domande alle quali le prossime campagne dovranno cercare di rispondere.
Il futuro della Rocca Tédula
Gli scavi proseguiranno nei prossimi anni. L'importanza storica e archeologica del complesso è ormai evidente, ma conosciamo ancora soltanto una parte dell'insediamento.
La prosecuzione della ricerca servirà a definire la cronologia delle diverse fasi costruttive, comprendere l'organizzazione del villaggio e delle aree produttive, approfondire lo studio del nucleo fortificato e cercare la chiesa.
La Rocca deve tornare a essere un luogo della comunità.
Per questo ricerca, tutela e restituzione pubblica procedono insieme: visite, aggiornamenti sulle campagne e partecipazione degli abitanti non sono attività accessorie dello scavo, ma parte del progetto stesso.
L'obiettivo a lungo termine è fare della Rocca Tédula il centro archeologico del costituendo Parco degli Usi Civici di Montevitozzo: un luogo nel quale la ricerca possa continuare, ma anche un punto dal quale raccontare il paesaggio, la storia e le comunità di questa parte della Maremma del Tufo.
Perché quella che per secoli è stata semplicemente “la Roccaccia” sta rivelando qualcosa di molto diverso: non le rovine di una torre dimenticata, ma i resti di uno dei fulcri dell’organizzazione del territorio medievale.



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